Storia di Arno, cane di mare

Dodici anni.

Un po’ tanti per spezzare legami; una vita, quella di un cane.

Sciogliere la catena mentre ancora cucciolo ti saltava inutilmente intorno, potevi farlo.
Farlo quando ormai adulto passava la vita latrando davanti a quegli spazi di cui era custode.
Assurdamente l’hai fatto ora, quando ormai vecchio e spaesato si guarda attorno non sapendo far altro che tenere a bada quei luoghi, senza più forza né ragioni per un altrove.

E hai dato pure fuoco alle polveri, incendiando quel tratto di mare che custodiva.
Pece nera su ogni cosa, su ogni ricordo… mine  … omino dell’insegna…  , persino sul vecchio pontile di legno di cui non ho ancora scritto una storia, e che aspettava di averne. Riuniti in un unico falò per non lasciare più nulla da custodire. Allontanando le persone da quel margine di costa di cui hai incenerito persino l’attracco.
La mina senza controllo esplosa, l’insegna sciolta lasciando scivolare l’omino in mare (dove in fondo voleva).

Non è facile bruciare il mare, e sembra quasi inutile farlo adesso, quasi cattivo.
Arno…..
Gli avevi anche dato un nome quasi altisonante, facendone uscire quello di un fiume; mezza dignità di identificazione, speranza di ritorno assente persino nel richiamo.

Eppure rimarrà comunque lì, accanto a quel collare slacciato. Una catena arrugginita finalmente ferma, a dissolversi. Sostituiti da una museruola donata alla fine, un togliergli a compenso la compagnia della sua stessa voce.
Ma custode di luoghi, Arno, sa imprimere significati dove gli uomini tolgono ogni ragione.

Ed io lo so lo vedo, accucciarsi a sfinge, togliere con le ultime forze la museruola e scegliere di sua volontà che il mare che ha davanti non ha bisogno di richiami, basta guardarlo.
Il cuore che rallenta, il tempo di reclinare su una zampa la testa, e andare. Correre via.

Con più dignità e amore di quelli con cui un uomo l’aveva tenuto.

(foto dal web di Valentina Degiampietro)

Ale
Che dire, se negli anni ’70, d’estate, qualcuno vedeva una bimba solitaria con cappellino marinaro seduta sul bordo di un vecchio pontile di legno presso l’Arenella di Portovenere, con una lenza in mano, ero io. Non ricordo quando ho cominciato, ma a 7 anni per certo inseguivo babbo sott’acqua, lui a pesca col fucile, io dietro col retino imperterritamente convinta di riuscirvi anche così. Ormai è storia (vecchia) che in assenza di lenza e retino mi arrangiavo pescando piccole bavose di scoglio anche col sacchetto del bondì, doverosamente divorato prima. Per molti anni ho rilasciato tutte le prede, poi sono diventata ‘cattiva’ quando le dimensioni loro e mie sono aumentate. Ho avuto pochi ma magnifici maestri, che, bontà loro, mi portano appresso: pare io porti bene. Prediligo la pesca col vivo in mare, a bolentino traina e scarroccio; per poco (anno con ghiaccio sottile) mi è sfuggita la pesca nei laghi del Nord, ma ‘ce l’ho qui’...devo ritentare. Non amo descrivere tecniche (che lascio agli esperti) ma sensazioni. Per il resto sono archeologa.

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